Tadao Ando & Mono-ha. I cinque elementi
A Punta della Dogana, Pinault Collection celebra Tadao Ando, l’architetto che ha progettato le sue tre sedi museali. In una mostra inedita, che mette in relazione la sua opera con la passione del collezionista François Pinault, le fotografie realizzate da Ando dialogano con opere fondamentali del movimento giapponese Mono-ha («La scuola delle cose»). Questa corrente, tanto leggendaria quanto poco conosciuta, rimane uno dei segreti meglio custoditi della storia delle avanguardie della fine degli anni Sessanta. Oggi, Pinault Collection conserva una delle raccolte più importanti di opere di questo movimento al di fuori del Giappone.
Da oltre venticinque anni, François Pinault e l’architetto giapponese Tadao Ando (nato nel 1941) sono legati da un rapporto fondato su una profonda fiducia e una stima reciproca. Da questa collaborazione eccezionale sono nati diversi progetti divenuti emblematici, nei quali l’architettura contemporanea e le opere d’arte entrano in dialogo con la storia dei luoghi. Da Palazzo Grassi (2006) e il suo Teatrino (2013) a Punta della Dogana a Venezia (2009), fino alla Bourse de Commerce a Parigi (2021), Tadao Ando ha saputo reinventare questi edifici storici, conferendo loro una nuova destinazione.
Incentrata sulle fotografie realizzate da Tadao Ando alle proprie architetture, la mostra svela un aspetto poco conosciuto della sua attività. Attraverso diverse centinaia di immagini, alcune delle quali presentate per la prima volta, mette in luce la riflessione che l’architetto conduce fin dagli esordi sul rapporto tra immagine, architettura ed esperienza dello spazio. Presentato nelle sale Punta della Dogana, attraverso stampe fotografiche e proiezioni di diapositive, questo corpus di immagini rivela la fascinazione di Tadao Ando per le variazioni della luce, il gioco delle ombre e il trascorrere del tempo.
Cinque elementi, gli stessi privilegiati da Tadao Ando, costituiscono il filo conduttore della mostra: l’aria (il vuoto e il concetto di ma, lo spazio tra le cose), la terra (il contesto e la storia), l’acqua (la fluidità), il fuoco (la trasformazione del vetro o del metallo) e il calcestruzzo, il materiale attraverso il quale l’architetto dà corpo alla forma e all’astrazione.
Questi concetti fondamentali entrano in risonanza con la ricerca di diversi artisti giapponesi della stessa generazione, riuniti sotto il nome di Mono-ha. Nato nel fermento del 1968 a Tokyo, Mono-ha prende forma negli ambienti delle università d’arte di Tama e Tokyo, dove giovani artisti come Nobuo Sekine, Kishio Suga, Lee Ufan e Jiro Takamatsu iniziano a praticare una forma d’arte radicale, incentrata sulla materia, sullo spazio, sulle relazioni e sulla percezione del reale, con l’intento di fondare un’estetica contemporanea libera dall’influenza occidentale. Nel pieno dell’espansione della società dei consumi e dei mass media, richiamavano l’attenzione sull’esistenza stessa dei mono, tutte quelle «cose» non umane che ci circondano e costituiscono il tessuto del mondo.
A cura di: Jean-Marie Gallais, conservatore di Pinault Collection, e Nicolas-Xavier Ferrand, ricercatore presso Pinault Collection